Nostra Signora del Blues, proteggici. Gran sound, questi Neko At Stella, una versione anfetaminizzata delle sempre amatissime dodici battute (che poi dodici non sono più, e manco lo sono sempre, vabbè, ci siamo capiti). Già in apertura il duo mette le carte in tavola: qua dentro troverete solo sporcizia e velocità: As Loud as Hell, un tripudio di noise e slide guitar che è un’introduzione-schiaffo da applausi. I toni s’ammorbidiscono (ma neanche tanto), ed eccoci nel mezzo di una ballata overdriven e decisamente acida che racconta d’un amore assoluto (Joy). Si torna allo psychoblues (anche titolo di uno dei pezzi migliori dell’album) che è l’ossatura di tutto il progetto, e che i due fiorentini maneggiano con noncuranza e spregiudicatezza, qui assottigliando e là ingrossando le sferzate chitarristiche fino a far sanguinare le orecchie. La forma-canzone non viene ripudiata, ma assolutamente sfregiata da una continua ricerca d’imperfetto e sbavato che dà più forza alle melodie abbozzate e filtrate (Like Flowers, ballata scricchiolante condotta da droni di feedback, il mio pezzo preferito qui dentro… sì, sono un romantico, che problema c’è?). Blues, punk & psychedelia in un tripudio di ruvidezza che però sa sciogliersi e incantare attraverso oniriche cavalcate soniche, i Neko at Stella ti saltano addosso come un cane idrofobo, veloci, feroci e assetati di sangue. Poi però rallentano, t’accarezzano e mostrano tutta la malinconia nascosta dietro la mitraglia delle pentatoniche martellate pezzo dopo pezzo (come in Small Place, che sembra letteralmente esplodere nel finale). Un esordio stellare (no pun intended), tirato e coinvolgente. Grandi.
di Marco Petrelli